Conquistare un’espressione

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E’ opinione comune che una delle minacce più spaventose, per chi raccoglie la sfida di creare ,sia esercitata da quello che chiamiamo Horror vacui, il terrore del vuoto, cui l’arte reagisce per contrasto creando opere imbottite di particolari e colori diversi in ogni dove.

In realtà l’artista sa che la vera paura non gli deriva dalla tela vuota ma, piuttosto, da tutto quello di cui la tela è già riempita, fino ad esserne esausta da prima che egli abbia avuto l’opportunità di metterci mano e anche solo sfiorarla.

La tela vuota arriva all’artista sempre già piena di tutto ciò che i suoi occhi hanno visto, di tutto ciò che le sue sinapsi hanno elaborato, di tutti i ricordi che involontariamente lo hanno condizionato, in una parola: cliché.

La vera sfida, quella più spaventosa ed essenziale, sarà allora non tanto quella di sfuggire al vuoto, bensì quella di saperci tornare, svuotando la tela e se stesso dai cliché per fare spazio a… cosa?

L’insorgere di questa domanda e la risposta sospesa che essa inevitabilmente lascia sono già sinonimi di successo, nell’attività creativa la risposta non non sarà mai univoca e non dovrà esserlo perché dalla sua originalità e dalla sua imprevedibilità dipenderanno tutte le possibilità dell’artista di realizzarsi, di esserci, di identificarsi.

Questo è, dopotutto ,”avere uno stile” : essersi sbarazzati di tutto ciò che ci precedeva e che aveva fatto noi quello che siamo, riuscendo tuttavia a farne tesoro, per riempire lo spazio così creato dalla nostra capacità.

Leonardo Maggi ha trovato e conquistato la strada per il proprio stile creando la propria espressione.

Il modo in cui Maggi affronta il vuoto è crearlo anziché rifiutarlo e lasciare che da esso emergano le proprie forme, uno sbuffo di colore per volta, attraverso numerose sovrapposizioni, malgrado le possibili incomprensioni, sempre senza che i confini si affermino con durezza ma, invece lasciando che si mischino, si compenetrino, e si contaminino.

Quella della contaminazione, di stili, di impressioni e di espressioni sembra la via della naturalezza, per l’artista cui interessa crearsi la propria casella dove abitare l’arte, anziché specchiarsi nelle celle che già esistevano prima di lui e di cui certo conosce gli indirizzi.

E’ straordinaria la leggerezza con cui Maggi ci mette alla prova del mistero della forma che si fa, che si impone ai nostri occhi senza tradire l’astrazione delle proprie parti più minute, anzi confessandocela quasi a dirci: “vedi? piccoli bianchi su piccoli marroni, colpi duri con morbide carezze, qui s’è gonfiato un labbro, là è spuntato un naso” E non è così che incontriamo i corpi, in un continuo disvelarsi misterioso?

svoltando qui e là tra le diverse tecniche cui si applica l’artista, non ci sentiamo mai disorientati dai cambi di direzione, perché la sua capacità di immergersi nel vuoto e trascinare in superficie la forma ci tiene per mano costantemente, donandoci il tempo e la pace per gustare le differenze tra un olio, un carboncino o una china.

Queste figure che ci gridano silenziosamente la vita che hanno e che hanno alle spalle, sembrano invitarci a sedere accanto a loro ed ascoltare il silenzio.

E’ forse questo l’approccio migliore alla pittura di Leonardo Maggi.

Un pezzo di storia per volta, un segno per volta, il corpo e la vita si fanno.

Paolo Capeletti

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